[REQ_ERR: UNKNOWN] [KTrafficClient] Something is wrong. Enable debug mode to see the reason. Il miglior Mondiale della nostra vita | Gianluca Semprini Blog

Il miglior Mondiale della nostra vita

 

Nel libro ci sono firme prestigiose, testimonianze dirette e anche questo mio ricordo di Nonno Umberto e Bruno Conti, il mio idolo di sempre

Il Miglior Mondiale...

Il Miglior Mondiale…

Pomeriggio inoltrato, caldo afoso, sembra di stare in Messico. In salotto le tapparelle sono abbassate a metà sul giardino della villetta dell’Axa, in quella zona a sud di Roma dove inizi a sentire l’aria di mare. Sulla poltrona Nonno Umberto sta in pieno abbiocco, l’occhialone a lenti giganti, è soltanto la prima delle affinità elettive con Aldo Fabrizi. Nonno è un romano bonaccione, dalla battuta pronta e l’appetito insaziabile, e soprattutto senza nessun interesse per il pallone. Ama sfottermi quando mi incontra, conoscendo la mia giovane malattia: «Chicco, sti romanisti so proprio delle mozzarelle!». Io rosicavo, poi lui rideva con gli occhi socchiusi e la pancia che si muoveva, e io lo abbracciavo fin dove arrivavano le mie mani, giusto ai suoi fianchi.
Io e Rosy, la mia vicina di casa, non stiamo nella pelle: lei è la mia sorella acquisita, è da poco maggiorenne e tra qualche mese mi porterà ai miei tredici anni per la prima volta in Curva Sud. Il nostro idolo è uno solo, quello che dopo diciotto minuti se la porta col tacco sinistro sul suo piede peggiore e spara la bomba sotto l’incrocio. Io e Rosy ci rotoliamo sul tappeto persiano urlacchiando, Nonno Umberto salta sulla poltrona. Poi ridacchia a suo modo e al ventiduesimo già russa di nuovo. Quel pomeriggio, quel improbabile terzetto davanti ad un Brionvega rosso che rimanda in biancoenero Italia – Perù, resta uno dei momenti in cui ti potevo rispondere :«nella vita esiste la felicità». Da bambino giocavo ala destra, come Bruno Conti, il mio idolo di sempre. L’altra mia vicina di villetta, Verena, mi portò un mese dopo da una cena a Nettuno in suo onore un poster di Marazico con tanto di dedica: «a Gianluca, Bruno Conti». Quella notte mi svegliavo ogni mezzora per controllare che non lo rubassero dal muro, neanche fosse la Gioconda.
Quei mesi diventarono i più esaltanti della mia carriera da tifoso. Il Mundial vinto e poi lo scudetto del Divino. Tutto troppo veloce, pochi mesi che bastarono ad un cancro per aggredire il corpo di Nonno Umberto. Quando i dottori di Villa Stuart consigliarono di riportarlo a casa perché non c’era nulla da fare, lo incontrai per l’ultima volta. Ero seduto sul ciglio del suo letto che era stato posto teatralmente in salone, mangiammo insieme un piatto di spaghetti burro e parmigiano. Mentre in cucina piangevano e preparavano , Nonno Umberto sul letto snocciolava il suo campionario di battute da affamato: «E’ parecchio che non s’apparecchia, no Gianluchì». Miracolosamente per uno nel suo stato, non aveva perso né peso, né appetito.
Morì di sabato, la domenica la Roma vinse a Genoa, il lunedì, mentre una città impazziva finalmente per lo scudetto, noi uscivamo in corteo dalla Chiesa di Circonvallazione Appia. Nascosto nello zainetto avevo «il Messaggero» con il primo dei poster di una collezione mitica. Avevo arrotolato con cura Franco Tancredi, senza rovinarlo. Era così pieno di emozioni che per istinto, senza farmi ascoltare da nessuno, sussurrai ala bara : «Hai visto Nonno che poi non eravamo così mozzarelle?». Vidi che la cassa si muoveva, impercettibilmente, sulla spinta della sua risata di pancia. Non posso negarlo, il giorno del suo funerale io ero felice.
Anche perché Nonno aveva uno spirito speciale che si era arricchito di un tocco sudamericano, come quello del mio Marazico. Umberto Sala era partito infatti negli anni Cinquanta destinazione Caracas per far fortuna. Era un bravo capo mastro, con la voglia di lavorare tipica dei romani, che rispetto ai venezuelani sono dei giapponesi. A Caracas ogni occasione era buona per far festa e non lavorare. Anche durante i funerali, i parenti usavano mettere la bara aperta al centro del salone e intorno brindavano alla sua dipartita. Nonno tornò in Italia con i soldi giusti per far studiare i cinque figli e coltivare la sua passione, la pittura, che lo portò anche ad esporre in una galleria di Via Nazionale. Quel lunedì lo seppellimmo con vista sul lago di Bracciano, il suo buen ritiro. Poi , senza pensare che fosse irriverente, ci sedemmo dalla Sora Tuta, la sua trattoria preferita. Mi feci il segno della croce e quando arrivò il suo piatto preferito, le fettuccine fatte in casa con il sugo di spuntature, misi il tovagliolo a quadretti al collo. In suo onore.

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